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mercoledì 8 novembre 2017

IL GIARDINO DEI TIMIDI: LA TIMIDEZZA COME LUOGO SEGRETO DA APRIRE AL MONDO

di Alessia Ghisi Migliari




La timidezza può essere un tratto caratteriale con cui convivere serenamente.
Ma può anche essere realtà problematica che mina i rapporti, la capacità di vivere e viversi liberamente, frenati, rinchiusi in se stessi, soli.
Quando penso alla timidezza, mi viene in mente un giardino.
So che chi ne soffre non concorderà, ma è un'immagine che ho con me.

Un giardino dalle alte mura, con un cancello chiuso, coperto d'edera.
Ed è un peccato, per via della bellezza che contiene.
Questa "fotografia" mentale mi viene forse da uno stereotipo, ma che io ho spesso trovato vero.
Dietro il talvolta pesante mantello della timidezza, vi sono sovente persone che, proprio perché avvezze all'osservazione e all'ascolto (più che all'azione e alla parola), hanno sviluppato una certa profondità e ricettività.
Ribadisco: è un luogo comune e rischia di creare l'erronea dicotomia per cui chi è socievole e facile ai rapporti pare mente che rimane sulla superficie delle cose (il che è assolutamente non vero, data la molteplicità di "maschere" e variabilità individuale).
Però, come scritto, vi è nella timidezza, spesso, una componente di spessore, celato ai più.
Per questo l'idea di un giardino remoto, cui accedere e da scoprire.
Il problema sorge appunto quando questo luogo diventa isolamento forzato, incapacità di avvicinarsi all'altro con conseguente sofferenza e degrado di quei rapporti sociali e contatti umani di cui proprio non possiamo fare a meno.

La
 persona timida (e che considera questo suo tratto come deficit) è tipicamente a suo agio in cerchie ristrette e che conosce bene, e avverte invece isolamento, disagio e incapacità di "lasciarsi andare" ed essere se stessa in ambienti più "ampi".

Nei casi più importanti, la socialità può divenire un vero e proprio tormento, temuto e assieme desiderato.
E si crea un circolo vizioso: accanto a una predispozisione, la timidezza patologica è segnata da scarsa autostima, e da una costante allerta volta al "controllo" di chi ci circonda (per scrutare reazioni, temere giudizi negativi derivanti da qualche azione propria considerata "non adatta").
Allerta verso chi ci circonda e noi stessi.
Il che rende una semplice uscita una sorta di prova del fuoco, perdendo la grazia e la leggerezza del divertimento e della condivisione.
In questo ambito in cui l'essere timidi costituisce grave barriera, il circolo vizioso comprende l'autocritica: "Ecco, adesso ho fatto una pessima figura, sono stato proprio sciocco, imbranato, rideranno di me... Sono un perdente".
Questo autoalimenta l' "irrigidimento" e l'autoesclusione da contesti di aggregazione e scambio.
Eppure, quella stessa persona, non è in grado di vedere oltre.
Relativamente "invisibile" agli altri, lo è persino a se stessa.

Presa da un rimuginare circa il proprio essere "diversa", non vede magari il potenziale e i colori del proprio giardino; magari è una persona colta, magari è dotata di simpatia, di interessi e qualità che, se potesse esprimere, mostrerebbero a chi sta accanto questi posti nascosti.
Là, ove l'espansivo torreggia in una compagnia, il timido sbiadisce in un angolo, non partecipando come vorrebbe.
Le sue mani sudano, si chiede come agire e che dire, quando tutto ciò che servirebbe sarebbe essere se stessi e permettersi una voce - la propria.
Per fare questo, però, ovviamente, c'è da scavalcare questa barriera di scarsa autostima/autocritica/ipervigilanza e incapacità di vedersi.
Ognuno di noi è dotato di doti e difetti, doni e punti deboli. Nessuno escluso.
Esserne consapevoli, dando loro il corretto peso e valore, accettandoli e accettandosi, diviene un modo per integrare quelle parti di noi più delicate, e accudirle (al posto di essere con loro severo), portandole nei nostri giorni.

La parola "persona" significa "maschera".
Tutti noi ne abbiamo molte, per varie occasioni. E tutte sono noi.
Persino alcuni timidi, come maschera, usano una apparente convivialità.
Far parlare solo la componente autocritica di noi blocca il flusso di ciò che siamo, il nostro divenire nel mondo.
E molti sono i motivi che possono portare un individuo a essere timido in maniera patologica.
Cosa fa pensare a queste persone che i loro giudizi, idee, opinioni valgano "poco" e non meritino di entrare in contatto con l'altro?
Quale strada ha portato a ciò?
Ecco dove si può collocare, a proposito di strada, un percorso psicologico, di scoperta e crescita, e accettazione.
Che magari non porterà a essere il protagonista sul palcoscenico, ma permetterà di divenire una persona "alla luce", disposta a respirare e mostrare le proprie "maschere" al mondo, le proprie sfumature.
Sia chiaro: non sempre (ribadiamo) la timidezza è un ostacolo o un "peso".
Ma quando lo diventa, merita considerazione, poiché soffoca le occasioni di "poter essere" e realizzarsi come singolo e come unico nella società.
Perché vi sono, talvolta, chiusi, nella penombra, ai bordi, splendidi giardini segreti.

Piano piano, accertandosi che chi si farà entrare non calpesterà e rovinerà il paesaggio (interiore), si può imparare a socchiudere il cancello, per quanto difficile e spaventoso sembri.
Volti a voi ancora ignoti potrebbero scoprire la bellezza che avete nascosto.
Perché la timidezza non è una "malattia insanabile".
E la primavera è appena iniziata.

Esiste una strada che porta a quel cancello. È interiore e porta fino alle sbarre. Da aprire al mondo. 

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